End of a period. Born of an other one.

August 7th, 2010 No comments
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Martellare proprio padre, la notte. “Edipo” 2000.

March 9th, 2009 6 comments

Biagio bussa da qualche notte, con maggiore insistenza. Sono da svariati mesi che non lo considero realmente. Non se lo merita e fa bene a biasimarmi. Come si può creare un alter ego (soppiantando Osbert Hutchinson, egli medesimo!) con le caratteristiche di un Bibbo inesistente: il Bibbo «indietro dal futuro». È assurdo. Vivi Bibbo e poi (de)scrivi. Difficile il primo, ancor di più il secondo.
È ancora nel suo guscio, Biagio. Vuole uscire fuori. Vuole parlare del suo passato nella prosa dove manifesta la sua egocentricità da protagonista, chiede di parlare con il passato remoto.
Ma non posso. Un altro pretesto per passarmela pure questa volta: dodici mesi di cazzeggio in biblioteca.
Non fa. Rivelerei il mio attaccamento al fascino dell’esser (come un) artista; al fascino e nient’altro. Mi sono lasciato andare con il "gioco": mi ritrovo con personaggi che in piedi, con le gambe doloranti, mi fissano e aspettano il loro ingresso trionfale.
- Ci siamo rotti delle comparsate nelle tue fantasie inconcludenti!
Amici miei, avete ragione. Non faccio altro che scomodarvi, farvi riscaldare i muscoli e i tendini e poi farvi riaccomodare in panchina.
C’è Osbert Hutchinson che sarebbe l’Albert Bruce Steen di Bibbo. Ma Albert Bruce Steen non c’è e chissà se mai ci sarà. È un progetto, un distacco. È irreale perché è contro la realtà. Un abbozzo di creatività dissociata, dal comune uomo: Alberto, appunto (o Bibbo per gli amici). Biagio Caretti, tu un senso d’esistere ce l’hai. Ma ora sei solo un gioco, e di giocare mi sono stancato tredici anni fa. Ora il mio destino mi si propone come le scaglie di un coltello sul giugulo. E vai.

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Parlo da solo. Ma il mio IO si annoia.

February 8th, 2009 7 comments

Mi metto dalla parte del lettore del Bibblog. Leggere un post è anche un modo per mantenersi aggiornato dei pensieri dell’autore, del suo rapportarsi con il circondario. Un blogger che scrive più volte alla settimana penso offra più informazioni. Un tempo scrivevo una media di tre-quattro post al mese (e si sa, non è tanto), ma da un anno ormai scrivo molto meno. Post simili tra di loro.
Ecco, mi metto dalla parte di chi legge. È come se questo ragazzo, che la mena con le sue difficoltà e sogni/paure di varcare le coste della Sardegna, non abbia che offrire le turbolenze di un adolescente "extrauterino". (Non chiedetemi cosa intendo per «extrauterino».)
E se invece sapeste quante cose mi capitano! Quanti pensieri si posano sulla mia mente: impollinano un po’ e volano via. Io sono fatto di pensieri. Sono fatto di troppe conclusioni (sempre fatte di pensieri). Di progetti già falliti (un’altra volta pensieri…), di speranze già decomposte.
«La speranza è l’ultima a morire», e già. «Ma io ero morto e sepolto ormai da un pezzo». Mi piacerebbe concludere così questo famoso detto. Odioso se pronunciato da una copia di Berlusconi che (sbadatamente) si è trovata nell’esercito dei cloni di Star Wars; meno riluttante se detto da qualsiasi altro.
È da una settimana che un vecchio sentimento torna a far parte della mia abbozzata filosofia di vita. La misantropia. Declino l’ignara natura dell’uomo nelle sue flessioni meno propositive, e alla fine ci piazzo -accio come desinenza, tiè!
La solitudine come origine e fine di Bibbo, l’imperdonabile sopruso dell’essere umano che nelle società, impone e impone, ovunque; e la vittima diventa carnefice. E in quanto vittima mi tocca sopportare un documentario su Ghandi, "Guerra e Pace" (tre ore e mezza in tutto) e poi mi ritrovo a dover discutere con fondamentalisti della degenerazione cerebrale su missioni di pace, guerre preventive, giornate della memoria… BASTA!
- Ah, guarda! Peccato che non posso fare a meno della pompa di calore e del petrolio, altrimenti abbandonerei questo mondo, …e partirei lontano!
Successivamente sarò ricordato in "Into The Wild 2 – un altro stronzo se la tenta"

«Bibbo, parlaci d’amore!», urla un coro inesistente.
Capisco, vi capisco. I metodisti della cazzagine quando si gonfiano il petto lo fanno soprattutto quando parlano d’amore. E pensano di cagarne di letteratura! Io detengo anche altre cartucce, ma quando ci metto l’amore le buffonate si contano concretamente, un po’ come i pezzetti di cioccolato in quella obbrobriosa pubblicità del kinder panecioc.
Però c’è sempre un però. In effetti c’è un vantaggio che cozza in un mancato STOP contro uno svantaggio: almeno delle frasi fatte scorrono rapidamente.
Immaginate le parole "morire", "amore", "non posso" e "per sempre" che untuosamente fanno zig-zag tra i coni posizionati (opportunamente dal vostro subconscio) sulle sottili strade che uniscono i vostri neuroni. Ma quando ci si trova in una ZTL e ci sono le telecamere che non aspettano altro che te… ma questa è un’altra storia.
Quello che è stato scritto sinora non è un’immagine salutare. Creativa sì, ma chiedetelo alle cellule del vostro cervello. Frigo, eh? (*CENSURA*)
In ogni modo tutto questo crogiolo di cazzate seguono un moto ondoso che concilia col sonno. Poi distrattamente vi sveglierete e nelle vostre teste di quello che ho scritto in questi mesi non vi è rimasto un emerito cazzo. Fa niente, succede anche a me. E con quello che scrivo io stesso! (È preoccupante…)
Eccovi la proporzione del momento. Bibbo sta ad "un artista di una discreta rilevanza" come L’ingegnere Croce sta a "un genio incompreso". Sono convinto che molti di voi questa non l’hanno proprio capita. Come d’altronde io non ho ancora capito questo post, che in principio sarebbe dovuto nascere da una ragione seria.
Ma siccome non riesco a prendere sul serio nemmeno le istanze di un demotivato suicida (talmente demotivato che non ha voglia di porre fine alla propria vita), ho finito di sprecare l’ennesima occasione di farmi valere come ricercatore della propedeutica in filosofia dell’anice (nuova branca di studi, e di tutto rispetto). Eh sì, sono proprio un genio incompreso.

Ritratto dell’Ing. F. Croce
(magnanimo inventore del celebre – o cerebroleso* – Metodo Croce)
* dipende dal punto di vista!

Sussurro.

January 16th, 2009 1 comment

Bibbo riprende a scrivere. L’unica cosa che a Bibbo piace fare, l’unica che trascura maledettamente.
È un vizio il mio. Imbrogliare, e nei modi meno comuni. L’imbroglio mio nasce pensiero, si evolve in qualche modo sulla gravità del pianeta ("trattenente" una massa che va verso il basso) e poi torna pensiero. Muore come pensiero. Si dissolve come pensiero, in pensiero. Impossibile? Volete una prova? Ma non con me, fatela con il pensiero. Giocate. Suvvia! Siate creativi. Per oggi mi sono stancato, voglio godermi il weekend.
« "trattenente" una massa che va verso il basso»… Trattenente? Ma perché?? Ah boh! Se riuscite ad immaginare, siete sulla buona strada per capire alcuni dei pulsi neuronali di Bibbo. Ma la cosa non è fondamentale nella vostra vita. Sarà per un’altra volta.
Manca qualcosa in me per la realizzazione una creatività completa. Indagherò.
Sarà forse il mio povero cuore, che dà tanto (per amori di ogni tipo). Ma emette solo aria, come una pompa di calore appena accesa.

…e meno male che c’è la MIA pilot bps-s matic!

November 24th, 2008 7 comments

Jude Law è davvero un grande attore, non mi ha deluso affatto, anzi, è aumentato il mio credito nei suoi confronti. Vi scrivo dopo aver visto Alfie su Raiquattro, a mio giudizio un bel film (dalla fotografia sensazionale, quasi onirica). Regia di Charles Shyer, sceneggiato anche da Elaine Pope, nonché tratto dal dramma teatrale scritto da Bill Naughton.
Ci sono attori che devono fare "solo" cinema, perché nel teatro sprecherebbero la dote di avere la completa padronanza della mimica facciale.
Avrei dovuto far rientro nel Bibblog World con un racconto. Un racconto che ho sviluppato in testa (almeno la sua « pancia ») ma non per iscritto (a dire il vero di storielle ne avrei a bizzeffe, ma… lasciamo perdere).
Sto scrivendo. Ergo sono uno scrittore. Salve, sono uno scrittore. Bleah!
Sono uno scrittore. Il peggiore di tutti i tempi. Ergo scrivo. Così mi suona meglio.
Rifacciamo.
Sono uno scrittore. Il peggiore di tutti i tempi. Ma ci sono altri che si mettono d’impegno a scrivere di schifo (li escludo dalla classifica, mi sento buono). Ergo scrivo. Abbastanza bene. C’è sempre da imparare nella vita, eccheccazzo!
Ops!
C’è sempre da imparare, eccheccazzo. (Ecco fatto! Mi si perdoni la spontaneità.)
Eh già, grandi ammiratori del Bibblog e del suo ineguagliabile creatore, sto facendo scivolare le dita sulla tastiera. Devo ringraziare una Musa, e finora devo ammettere che è la prima vera Musa, una Sirena di Ulisse. Non sto scherzando, sono serissimo.
Ora non vi sto a raccontare i dettagli. Mi sto illudendo. Quanto mi piace illudermi, di irrealizzabili "realtà improponibili" (vero mia tenera Maria Cristina?), crearmi fantasie. Vivo di esse. Gioco di trasfusioni sanguigne: reality (venoso) e fantasy (arterioso). Incasinare il contenuto di vene e arterie a cosa porta? Ah, sì. Alla morte.
Musa bionda assassina, che mi succhia il sangue, quante intensità mi offri per così poco! Quanto mi fai soffrire, a prescindere. Ma il mio spirito ringrazia, salirà in alto (anche se non so quanto durerà perché la realtà è tutta un’altra cosa). Musa che mi seduce; che mi ignora e mi cerca quando le va. Musa che mi scrive con ardore e mi legge con ardore. Musa che vivi lontano e che tradirai quello che tu mi dici, perché mai verrai in Italia a trovarmi! Musa che insulti per piccole cose, che vivi da Principessa e burattinaia di certi noi stolti uomini, perché tra i tuoi desideri c’è l’Amore che pretendi di meritarti. Tu esigi, tu vuoi e vuoi, nulla ti basta! Tu sei ingorda di passione e di parole. Ed io ti capisco, perché lo sono altrettanto. Ti faccio contenta. Mi faccio contento. Amen.
Ma l’importante – l’unica cosa sana di questa relazione epistolare con la mia dea ispiratrice – è che sto scrivendo. E scrivo bene! Voglio dire, sono veramente soddisfatto delle immagini che riesco a trarne per trasmettere emozioni (travolgenti).
Sapete, in questa settimana mi sento un po’ come il personaggio interpretato da Woody Allen in Harry a pezzi. Non è una cosa positiva e francamente non mi fa stare male, anzi mi entusiasma! Non mi chiedete come fa Harry nel suo mondo dentro una 35 mm. Guardatevi il film e non rompetemi i coglioni! Perderei solo del tempo prezioso a spiegarvi la trama – inspiegabile qua, per iscritto. (Molti di voi si lamentano dei miei luuunghi post, quindi fatemelo accorciare almeno un poco!)
Ecco, devo dire la verità. Io mi sento un po’ artista come modo di essere. Sì, sono uno squallido presuntuoso (è un difetto che nella figura caratteriale ci sta bene!) che ha lacune culturali grandi quanto il Mar Caspio.
Dopotutto, la follia è mia ispirazione (nello scrivere e nel vivere), sono un ipercritico (così disse di me un test psicoattitudinale) e sono un narcisista. Ah, e anche un Egocentrico (sfrutto le persone fisicamente, moralmente, emotivamente). E creo e mi ricreo come se fossi un personaggio da costruire: un po’ vero, un po’ enfatizzato (o marcato…). Mai prendermi troppo sul serio (ma spiritoso non sono nemmeno).
Un po’ come nel dedicarmi ai miei ozi ricreativi, nella vita non sono il massimo. E non mi fate ragionamenti del tipo "E chi è al massimo?" o "Ma infondo qual è, cosa è il massimo?", vi etichetterei subito come PATETICI, per il primo caso, o INTELLETTUALOIDI, il secondo. (Visto l’ipercriticismo, eh?)
Gesù!, una parola sola vale. Irrecuperabile. Proprio così! Irrecuperabile!

Come sono venuto, me ne vado. Cià.

October 30th, 2008 7 comments

Voi non avete la minima idea di quanto stia soffrendo la mia anima creativa. Non riesco a scrivere. No, peggio. Non riesco a concentrarmi e a far muovere le dita sulla tastiera con la soddisfazione di quello che appare sullo schermo. A mano non fa, troppo lento e poi non ci capisco una pippa di quello che scrivo.
Non sono fermo, sono solo in una crisi espressiva e tutto ciò che a volte (e ripeto: a volte) mi ruota dentro il cranio, non riesco a vomitarla in uno scritto leggibile. Ne risente pure il Bibblog.
E quindi "scrivicchio" una frase. Ne butto giù un’altra, e poi un’altra. Poi cancello. Ci riprovo. Qualche parola ancora e poi salvo, sperando di poter usare quell’ispirazione (andata male) per qualche scritto decente, che non arriva e che forse non arriverà.
Ho aperto tante finestre, alcune le ho socchiuse. Che fastidio il sibilo e la corrente che fa. Chiudete la porta, fa freddo. SLAM! Si è chiusa da sola e mi ha fatto pure prendere un colpo.
Quanto rabbrividisco nel veder crescere questo handicap dentro me. Mi girano le palle. Ne ho cose da dire, da raccontare e da condividere addirittura. Ho nomi propri di persona, personaggi; e qualcosa dietro questi nomi, questi personaggi. Leggendo trovo qualche spunto, non come prima (ho questa sensazione) e lo stesso è successo uscendo dalla sala dove era appena finito «Vicky Cristina Barcelona». Sul Moleskine a volte traccio fraseggi che mi segnano, termini di autori che mi deliziano del loro stile (ma come fanno?), locuzioni che non userò mai sino a quando non finirò un racconto che mi soddisfi per come è scritto, prima ancora che per quello che vuole dire.
Sono frammentato. Frammentato come un disco rigido frammentato con dentro WinZoz. E questo lo comunico, lo avverto nei miei scritti (anch’essi frammentati), nelle mie decisioni (anch’esse frammentate), nelle mie relazioni e nel modo in cui mi pongo con la gente.
Sarà l’ambiente, lo spazio circostante; sarà il mezzo con cui scrivo. A volte penso che mi possa servire stampare (sì, ma cosa?), un UMPC da portare dove voglio, e poi il vocabolario nomenclatore (Euro 37,89) che ritirerò dopodomani dalle Poste. Il pensiero viaggia troppo velocemente e sorvolo le parole per racchiudere concetti e situazioni di un certo interesse. Ma le frasi che devo scrivere, specie per iniziare necessitano di parole. Oh. Merda. Quindi non si fa nulla.
Se ci riuscissi potrei spiaccicare le mie storie, le mie delusioni e il mio girarmi attorno in questo mondo come uno stupido cane che si rincorre la coda. Che pena.
Dovrei dirle queste cose al mio analista. Di questi miei sfoghi, per capire la mia creatività se esiste dentro me e cosa voglio realmente farne (Arte o mettila da p-arte), e il perché di questo mandato che mi sono imposto di compiere. Poi perché questi inciampi, questi ruzzoloni, e stavolta son caduto di muso… Ah già, cacchio è vero. Non ho un analista, dovrei procurarmene uno, almeno mi ispirerebbe una sceneggiatura per una commedia alleniana. Che poi… aspetta aspetta, ma… analista perché è anale? Mmmh…
Forse dovrei usare il pennino per le registrazioni vocali. E poi le cancello perché non le ascolterò mai e non mi direbbero nulla. Vada nuovamente per il Moleskine, vaffanculo. Voglio culi da baciare. E visi da amare e voci di Sirene che mi ispirino, in Vita. Cazzo!
Mi sa che il Bibblog lo chiudo, non offre più nulla…

“I Wanna Be Your Hero/ I’ll be a trick of the light”.

September 11th, 2008 14 comments

Non mi sarei mai detto che avrei scritto nuovamente in questo periodo. La vita la sto vivendo e le parole raggiungono una cornetta del telefono e non sfiorano la carta o Microsoft Word. Ho voglia di scrivere perché mi sento spossato, fisicamente ma soprattutto nello spirito, per via di una giornata lunga e faticosa. Anzi, no. Non è stata lunga. A dire il vero non è stata nemmeno faticosa. La fatica arriverà domani, quando sposterò sedie per quei figli di puttana della Pro Loco di Selargius. È stata una giornata dove marco il confine della novità, che lacera l’assurdo del mio quotidiano. Andrò in Lombardia per diversi motivi. Salirò il 20, finalmente è stato deciso. Non vedo l’ora di essere lì dai miei zii, cugini e nipotini (capirai nipotini! sono più giovani di me di pochi anni!). Un break per ragionare sul mio futuro, sul mio avvenire, lontano da una terra che brucia (e non solo per via della stagione) che non mi permette la massima  concentrazione. Una frattura. Una separazione. Non mi aspetto nulla per la ragione portante di questo viaggio. Una cosa che si vedrà, lo vedrò, e lo vedremo. Io e Lei, la Principessa in Rosso del Palio dl’Urmon. La giovane torella macchiata di zuccherino veleno all’arsenico. Ah sì, la vedrò!
Parte di questo scritto lo sto digitando sul mio grosso HP, nel bar. Nel silenzio cauto di una sera, sorseggiando un tiepido cappuccino delle 20. Ero a piedi, a passeggio; tra le vie selargine. Dovevo dare un’occhiata a quel che rimane dentro la Postepay. E me la sentivo. Non del cappuccio. Ma di scrivere con il cappuccino alla mia destra. La cosa che ora penso: "allora so ancora scrivere!". Io che ho pensato di aver perso un ingranaggio anatomico prezioso. Sentivo che le ombre "violastre" dello stesso cielo scuro imbrunito chissà da quando, sulle luci a neon di colori sgargianti che accarezzano il marciapiede grigio, sentivo che mi dovevano far dire tante cose anche oggi. E stavolta non più frasi dattilografate nella mia testa che lasciato l’ecstasy del momento si sciolgono i lacci che li teneva uniti. E poi, lassù.
Il cappuccino amico mio. L’unico veramente fedele alle mie esigenze e pretese egotiste. Me ne frego se per questo sfizio delle 20 questa cena non la mangerò come si deve. Non l’avrei fatta in grazia di Dio comunque, anche senza l’amico mio. Non mangio bene. Non mi sento bene qua e neanche là. Sono anche dimagrito di tre chili, cazzo. Mi vergogno a presentarmi così; se non fosse per la barba e per quei peli del cacchio sembrerei un tredicenne.
Sono contento. Certo, la malinconia è il mio satellite naturale che mi ruota sempre attorno: a volte è "piena" (e si vede per intero) a volte è "nuova" (e pare non ci sia nemmeno). Sono felice però. Il Bibbo IV lo sento. La lingua di fuoco dello Spirito Santo levita sul mio capo (Spirito Santo nel corpicino di una specie di pagano?), mah!
Sento che il mio carattere si sta intagliando sul marmo dell’anima mia. Sento le scalpellate. Già le sentivo da diversi mesi, ma ora la forma è già delineata. Sono felice ma l’entusiasmo lo diluisco con gocce di  Pasaden e di progetti appena abbozzati, ma che richiedono però il loro serio impegno che ammorbidiscono lo sprint dell’entusiasmo. Progetti che cavalcano con tanti pensieri. Pensieri, alcuni, di sistemarmi; di sistemarmi nel modo meno sistematico possibile. Sembra lo faccia apposta di volermi del male. E di esser classificato da tre categorie di persone. Gli infausti sognatori, i viaggiatori responsabili e i pratici della stabilità.

I primi volano, sembra. In seguito si « pistiddano », prima o poi. Le loro opinioni mi aiutano, mi infondono coraggio, si staccano dalla realtà dell’accontentati-dei-centimetri-su-cui-ti-ritrovi. Azzardano con la fantasia, forse troppo anche per uno come me; seguono l’impulso di libertà, e il resto non conta. Forse perché nella merda ci andrò io, mica loro. Si comportano da tradizionalisti: il sogno idealista lo consegnano agli altri. Una strana forma di generosità (non così strana). Loro – al massimo – si atteggiano da avventurieri, la seconda classe.
Gli avventurieri, i viaggiatori della vita sono dei grandi chiaccheroni quando superano i 40 anni. Sempre ricordando i loro aneddoti a chi incontrano. La vita è un’avventura ed uno spettacolo teatrale dove attore e spettatore molto spesso coincidono. Entrambi sono unici. Siamo di passaggio su questa terra. Un viaggio: solo andata.
Ci sono gli avventurieri che viaggiano per cento miglia (e fanno i vissuti) e c’è chi raggiunge il migliaio. C’è chi lo fa per esigenza e c’è chi lo fa perché ne avverte la necessità. Alcuni hanno sofferto la povertà come dei barboni, altri invece erano più come i terzi, puntavano esclusivamente la piacevole stabilità
La terza classe è la peggiore e vive meglio, da un certo versante. La peggiore perché non è come me, intendiamoci. La cosa che più odio. Pensare di sistemarmi con lavoro, casa e famiglia. Io il lavoro lo odio come principio, alla casa non ci sto pensando, e riguardo la famiglia dico che è meglio stare molto attenti: ci vuole molta maturità; è una scelta davvero importante e molti pensano di essere in grado ed invece la prendono alla leggera.
Tre mondi che non esistono. E perché li ho scritti, vi domanderete voi. Perché una parte di me – l’ipercritico ex-degustatore di saggi – voleva creare l’assoluto. Creare l’assoluto su un mondo dove l’assoluto non è solo una parola o un punto di riferimento purtroppo. Sono un Romantico, no? Il Romantico è alla ricerca dell’assoluto. Io non lo cerco, lo sfrutto come una leva per innalzarmi nel Super-Uomo, ma non in quello tipicamente  nietzschiano. L’uomo consapevole del non senso che viene dall’esterno. Ma l’Uomo… l’uomo. Sempre l’Uomo. Affascinante! Sono un Romantico, ho scritto nel profilo: dice molte cose questo solo termine con la erre maiuscola, e lo stesso vale per la parola  Cancerino.
In questi giorni sto sfogliando l’Arte di Amare. Un modo per riflettere sull’Amore. L’Amore è potentissimo, ma spesso è nelle mani di gente che non sa amare (io compreso). Se l’Amore è un’arte, allora richiede impegno, costanza e tecnica. La tecnica è utile perché funziona, questo è il nocciolo del suo fine. Funziona perché serve – in questo caso – per poter sfruttare l’Arte più affondo possibile. Oggi l’uomo "vive" un Amore liquido, ha detto Bauman. E pure l’arte è contemporanea, nella creatività e in Amore, e questo non vuol dire nulla. Non ha un significato se non il ricordo dell’oscuro e dell’assenza di un vero ordine armonico sul bello e sullo stupore del Naturale che ci fu in passato. In effetti, se ci riflettiamo un po’ su, il moderno ha un significato ben preciso oltre al periodo storico che racchiude; il contemporaneo invece ha solo un’idea di connotazione storica. Un’idea "utile", ma di etico ha solamente una scia (…e di sterco pure! Beh, fatemelo dire).
Sono soddisfatto della forza (la "fiamma") che mi scorre in questi istanti. Una forza mentale, ovviamente. Infondo lo sviluppo non è un male, inteso individualmente o personalmente. L’etichettatura (in numeri romani) del Bibbo segue l’ideologia del progresso e dello sviluppo. C’è stato un secondo che ha dato un margine al primo. Poi c’è stato il terzo. Ora c’è un quarto. Poi ci sarà un quinto. Verso il meglio.
Tutto questo è una cacchiata. Lo so. Ma è un modo mio di essere io. E di vedermi. Racchiudere esperienze, stili di vita e modi di fare e di pensare. Ogni Bibbo è un album fotografico dove non ci sono i ricordi, ma traguardi.
Il Bibbo IV è giunto, inaspettato e si manifesterà in un modo tutto suo (attingendo dal  fanciullesco). E ha una gran voglia di parlare e fare di sé.

Non è così grave come sembra!

August 31st, 2008 7 comments

In questi giorni scrivo con molta fatica. Faccio un sacco di errori, più di quanto (purtroppo) faccio solitamente. Sembra che le parole si siano fatte opache e le dimentico penzolanti sulla punta della lingua, oppure mutano le carni inchiostrate e gli orrori grammaticali compaiono come funghi dopo una giornata di pioggia. È tutto strascicato, pesante. C’è attrito nel mio cervello e il mio cuore è stantio. Lo stile, uno, qualsiasi esso sia, è come scomparso e scrivo come se l’emozione si fosse nascosta e con sé il velo dell’ispirazione. Mi sento smarrito nella morte della fantasia. Lo speciale ha lasciato il posto al banale. Tutto è in penombra, a terra terra.
È pur vero una cosa. La magia della famosa settimana un po’ è scivolata via. Ma per fortuna una costante rimane e mi rende malinconico con un sorriso sincero tra le guance, in un’altrettanta sincera inquietudine. Eh già, quella magia romantica che quei due cartoon da sotto hanno sostenuto, come il dio Atlante che sorregge il mondo, quello vero. La colpa non è la mia. Questa volta sono vittima e lo dico a chiare lettere. Sono vittima del mondo. Sono vittima del denaro, del mare e delle assurdità di un mondo che, quando apre bocca, parla a vanvera. E poi torna muto. È il pianeta silenzioso di Lewis; quanto avrei voluto accompagnare il filologo Elwin Ransom lontano dal pianeta silenzioso!
Già, lontano. Io, Ransom e Lei. Liberarci dalle catene dei doveri della (soprav)vivenza. Spiriti azzurri e luminosi. È inutile, non riesco ad andare avanti.
Una vittima diversa però io sono. Non come il Bibbo II, combattente invertebrato di cause irrealizzabili e vittima dell’inevitabile sconfitta che dava già per scontato. Sono vittima finalista delle carni che sostengo e che strascico. Come strascico le stanzianti parole che non mi vengono, non così facilmente come un tempo. Arduo è scrivere per Amore. Le cerco le parole, e mi arrendo a quel che poco che trovo subito davanti agli occhi stanchi, dentro la mia mente… tra le lucciole, le alghe e il fango.
La magia deve fare i conti con la concretezza, con il quotidiano. Con la mia gelosia e i miei pensieri. Con gli affari della realtà che bruciano come i taglietti col fil di ferro.
È pur vero una cosa. Un’altra. La vita va vissuta e poi raccontata. A volte invece vivo raccontando – molto spesso ho fatto così anche qua nel Bibblog – , e non è "proprio" un male, ma è tutta un’altra cosa. Un modo di rifiutare la noia e il dolore. Ma quando la vivo la realtà e c’è una felicità dietro, dentro uno scrigno, le cose cambiano. Il fattaccio è che non riesco ad essere felice come già lo sono dentro di me e chissà dove.
La riscoperta di me stesso in una luce nuova e sono felice (la settimana è stata decisiva), ma c’è il mare, maledetto mare che divide; sembra una mano da muratore che mi si spiaccica in faccia quando sorrido.

C’è finalmente qualcosa di grande che il mare mi divide; il mare vero che vive al Nord, il mare finto che vive dentro di me. Ma non saranno le onde a farmi arrendere. E la mia immaginazione compensa lo spiacere della lontananza. Lei è splendida. Lei mi offre emozioni. Ma sono troppo leggere quelle che mi toccano il cuore, troppo leggere per ispirarmi.
Il suo pragmatismo, l’odore di terra che sento dovuto al suo segno, mi sta logorando. Eppure lei è fantastica, si lascia adorare con estrema semplicità e vola con me con discreto piacere. Ma per rigettare farfalle io ho bisogno dell’intoccabile, forse.
Forse voglio solo immaginare occhi verdi e capelli biondi appena tracciati sul cielo per cogliere la Magia. Per cogliere la Magia ed emozionare. "Emozione Grande", ed infine regalarla con tutto il mio Amore, con tutto me stesso, a quella che per davvero vedo che sul suolo Ella cammina.
Addio.

Bibbo, è quasi magia!

August 11th, 2008 3 comments

Dedicato a tutti quelli come me, che vogliono conoscere il mondo alla ricerca di un raggio di sole. A tutti quelli che mi seguono e che vogliono conoscere l’animo monello di un granchietto che s’incasina facilmente tra piccoli e grandi problemi. Molti ricordi affiorano e ammetto che certe lacrime sono scivolate confondendosi col rossore del mio volto timido e incerto, ma che nasconde una mente e un cuore pieno di emozioni e di una personalità prorompente, a volte nascosta, ma che spesso sprizza da tutti i pori sotto forma di scintille.
In questi giorni ho commesso un piacevole guaio col mio cuore. Doveva essere una pausa questa settimana, per capire. E credo di aver "capito" ben oltre le mie aspettative! Sembrerà strano, ma ad aver contribuito la situazione sono stati anche due cartoni animati che guardavo da bambino. Molti si ricorderanno di "È quasi magia, Johnny", e pochi si ricorderanno di "Cara dolce Kyoko", i titoli italiani dei rispettivi "Kimagure Orange Road" e di "Maison Ikkoku", due anime degli anni ‘80. Mi proiettano indietro nel tempo, con le mie fantasie di pargoletto: un funghetto di capelli su quella testolina tonda tonda.
A dire il vero, ci voleva ben poco per planare nella fantasia. Bastavo… io. E la solitudine, che già da moccioso era la compagnia preferita.
Riguardare queste due storie romantiche mi ha riaperto uno squarcio nel petto. Trascorro le mie giornate tra una puntata e l’altra. Non so perché di questa fissazione. Forse lo so invece, ma preferisco non farci troppo caso. Penso solo che vorrei entrare in un cartone e respirare l’odore delle albicocche: una grande storia d’amore. E il sapore di panna e fragola! Ah, questa figurazione non me la levo, chissà chi me l’ha trasmessa.
Penso alla mia fanciullezza, alla tenerezza e alla purezza, beh certo certe cose di sesso già le capivo, ero precoce rispetto ad alcuni miei coetanei, ma era tutto talmente …zuccherino!
Quel bel romanticismo ma non privo di compostezza che ora voglio tingere sulla tela della mia vera vita.
Ero innamorato. E l’amore lo sento anche oggi. L’amore di bambino, spontaneo, pulito e infinitamente dolce, veramente romantico. Un filo rosso che unisce me e me, con un metro d’altezza di differenza!
I ricordi finalmente arrivano, io che pensavo di aver cancellato tutto.
Penso a Claudia. Quanto ne ero innamorato. Il mio primo vero grande amore. Avevo nove anni, ma sapevo cos’era l’amore. La sognavo, la fantasticavo. La immaginavo conquistata dal mio coraggio e dalla mia forza ribellandomi al bulletto della scuola:
« Oh, Alberto! »
« Oh, Claudia! »
« Ti amo Alberto! »
« Ti amo anch’io Claudia! »
Poi un tenero abbraccio e i petali rosa che ci accarezzano il vento. La gente che in quel momento mi vedeva brulicare tra me e me mi avrà preso per un insano di mente!
Eravamo un tira e molla, io e Claudia. Non capivo bene se ci stava bene con me con i suoi baci, oppure se mi odiasse quando scappava furiosa ed evitava il mio sguardo; il più delle volte credevo fosse la gelosia. C’era Stefania che a differenza di lei era più dolce e femminile, si capiva meglio cosa volesse. Claudia infatti si comportava più da maschiaccio e non manifestava sempre i suoi sentimenti, a volte capivi tutto e il giorno dopo non capivi più niente. Ricordo quando mi schiaffeggiava. Piccole mani di bambina. Piccole frusta e i segni delle ditina sulla guancia. Non era colpa mia se piacevo alle bambine. Io a volte ne approfittavo di questo successo ma senza esagerare, solo quando pensavo che Claudia non mi volesse più e sospettavo gironzolasse attorno a quel moccioso biondo dagli occhi azzurri; lo facevo un po’ per attirare la sua attenzione. L’ho odiato quel moccioso. Mio acerrimo rivale. Lottavo con astuzia e con classe.
In quella occasione c’era pure una splendida biondina che stava molto bene con me. Ricordo anche che Claudia mi scoprì con lei mano per la mano, non lo feci con cattive intenzioni. Per Dio, se le stavano per dare di santa ragione! Caspita, due piccoli gioiellini di bambina che bisticciavano per me! Per detenere il sottoscritto! Riparandomi col dorso della mano sogghignavo deliziato!
Una volta chiesi alla maestra dell’altra classe di consegnare a Stefania un bigliettino. Una lettera d’amore. Ne scrivevo parecchie di letterine d’amore. Ne ricevevo anche io ovviamente, dalle mie ammiratrici. Le mie spasimanti non erano tante, ma erano senz’altro fedeli. Ricambiavo con bigliettini simpatici e romantici contornati con qualche grazioso disegnino, e mi impegnavo un sacco con Claudia per farle capire quanto era speciale e per attrarla a me con il mio talento; occorreva essere delicati giocando con le altre bambine affinché non l’allontanassi da me.
Il mio talento era racchiuso in una matita. Già, dovete sapere che ero celebre per le mie piccole riviste di fumetti. Alcune mamme le compravano per 200 lire la copia; capivo che lo facevano più per stimolarmi a continuare a disegnare che per la loro autentica qualità. Devo però ammettere che ero un tipino in gamba: certo, copiavo la struttura de "Il giornalino", "Topolino", "Il corriere dei Piccoli", ma ne inventavo di cose mie. Addirittura per rendere più "professionale" la mia rivista ci aggiungevo l’oroscopo, l’angolo delle novità e pure la pubblicità della Kinder e dei giocattoli di Action Man, poi diventato un mio personaggio delle mie storie. Ricordo bene che quando scoprii la "meccanica" dello sciacquone del water gli dedicai due pagine con una chiara raffigurazione didascalica. Roba da matti!
Ho ben presente la mamma di Claudia, era dolce e premurosa. Era una bella signora, la figlia le assomigliava tanto. Ero felice di essere molto simpatico alla mia futura suocera. Si era addirittura abbonata per un anno e a tutti i miei giornalini: "Ballmania", "Le avventure di Ball", "Ball magazine" e "l’almanacco di Ballopoli", "Ball & Company", etc. .
Ball era il protagonista. Era una mia creazione, tutta mia. Era un palloncino. E Ballopoli la città dove viveva e dove credo viva tuttora. A me piaceva chiamarlo come veniva scritto: suonava meglio di come doveva essere pronunciato in inglese.
Il primo numero dove spiego l’origine del mondo di Ball & Co. credo sia andato perduto. Mi aveva ispirato un episodio accadutomi quand’ero all’asilo e che ricordo tuttora. Il mondo di ‘Ballopoli’ nasceva con la magia dei sentimenti dei bambini dispiaciuti perché perdevano i loro palloncini che s’innalzavano in cielo. Un mondo simile al nostro però con assurde creature, i palloncini appunto, un po’ come Paperopoli o Topolinia della Walt Disney. I palloncini volavano e volavano e raggiungevano lo spazio e dopo un lungo viaggio si posavano sulla superficie di un lontano pianeta. Il desiderio dei bimbi di riavere i propri palloncini andati perduti tutto ad un tratto li animò, cosicché per incanto diventarono gli abitanti di quel magico pianeta.
Anche la mia adorata cugina comprava i miei giornalini, poverina! Ero particolarmente assillante.

La magia di me bambino zampillava dalla mia testolina come una cascata. Mi muovevo parecchio, ma non ero iperattivo, volevo semplicemente rimanere quasi sempre in piedi perché così pensavo e fantasticavo meglio. Non volevo mai stare al mio posto, dietro il banco, e spesso m’inalberavo con l’insegnante: pur per non sedermi come gli altri bambini rimanevo in piedi in un angolo della classe. Ah, quante sberle sul collo!
Nonostante il mio ribellarmi alla maestra e il mio successo con le bambine, rimanevo un mocciosetto molto timido ed introverso. Forse era il mio isolarmi in continuazione che alimentava la mia creatività e la voglia di stupire. Un giorno dell’ultimo anno di scuola, durante la ricreazione, con alcuni miei compagni chiamati in qualità di testimoni, ebbi il coraggio di dichiararmi a Claudia e glielo dimostrai infilando sul suo anulare un prezioso anellino di mais alla pizzaiola.

Non era la prima volta che mi comportavo in maniera così …ufficiale! Ero un gentiluomo e un romanticone sin da piccino.
Ricordo che avevo sette o otto anni ed ero ospite di mia zia; c’era anche mia madre e in casa c’erano altri invitati, amici di mia zia con le loro famigliole. Andai a giocherellare in cucina e tra i vari marmocchi incontrai una bimba più piccola di me; aveva quattro anni al massimo. E aveva due occhioni blu, due splendidi zaffiri incastonati su quel visetto rotondo e morbido. Giocammo e ci scambiammo qualche bacino. Le chiesi se voleva stare con me e lei annuì felice. Povera pargoletta innocente! Tornai perciò in soggiorno, cercai e trovai la madre con la quale scambiai due battute. Mi suggerì di andare da suo marito e me lo indicò piuttosto divertita.
Così lentamente mi avvicinai con fare deciso e formale. Gli adulti iniziarono ad abbassare le voci e incuriositi osservavano le mie mosse.
« È lei il padre di *** ? »
« Sì… perché? »
Si guardò un po’ attorno per capire da dove venisse questo fungo moro.
Tossii un pochino per schiarire la voce. Lo fissai con determinazione.
« Signore, posso sposare sua figlia quando sarò più grande? »
Tutti rimasero zittiti con la bocca aperta, e dovevate vedere la faccia del padre. Un attimo di silenzio e ripresi.
« Quindi posso chiederle la mano di sua figlia? »
Scoppiarono tutti a ridere, colpiti dal mio modo di fare. Io ero serio però.
Eh già, il piccolo Bibbetto rubacuori. Disegnavo, fantasticavo, creavo e amavo.

Il pensiero di questi ricordi e delle emozioni mi hanno fatto fuggire dalla biblioteca con il luccichio agli occhi. Ecco come ero bambino, ecco come mi sento in questi giorni, dopo questa lunga settimana di pausa.
Questi cartoni mi fanno tornare in memoria la mia fanciullezza che ho vissuto tra sberle, baci, e pianti dai grassi goccioloni. Come mi sentivo da bambino, come davo il meglio di me.
E mi ricordano quanto ho sprecato la mia adolescenza, tra le paure. Da solo. Triste e disadattato. Complessato e demotivato. Non ho goduto delle esperienze di adolescenti con i suoi errori. Non ho invitato nessuna ragazza a prendere un gelato. Uscire al cinema. Fare una passeggiata. C’è d’aggiungere che in quel periodo non ero molto carino, per via dello sviluppo. Sulla fronte era spuntata la catena appenninica, maledetto acne giovanile! Avere una compagnia di amici che mi volessero bene, come i compagni di classe delle elementari. Erano in gamba.
Vivere in quegli anni e in questa piccola città, vuota e sotto un tetto che non offre stimoli non è facile. C’è chi si è trovato in situazione peggiori, lo so. Per fortuna che la mia fantasia non mi ha fatto soffrire così tanto. Il mio rifugio.
La fanciullezza è stata divina, ma l’adolescenza un dramma, con il terrore dietro ogni mia azione di deludere le aspettative dei miei genitori e con l’incomprensione tra me e i miei stupidi coetanei, sempre soggetto ai loro scherni e scherzetti infantili.
Ancora alle medie pensavo a Claudia e quando la pensavo mi buttavo nei miei momenti mistici, leggendo il breviario con la possibilità di scegliere di entrare in seminario per farmi prete. Mia madre era felice di questo. Io recitavo anche la messa a casa, lo facevo spesso. La facevo tutta intera come la fanno in chiesa. Avevo tutto: dalle letture ai pezzi di pane che le benedivo come ostie, l’acqua, il vino e tutto il resto.
In terza media smisi di pensare a Claudia e cessai la mia attività di chierichetto durata quasi nove anni e finite le medie dai frati cappuccini cambiai idea sull’entrare in seminario.
L’amore, quello che invade la tua vera esistenza e ne abbozza un senso, non lo si può descrivere a parole. In effetti, non si è romantici perché capaci di unire sillabe. Chi ne è convinto non sa di essere solo indecentemente mieloso e anche un po’ patetico, uno di quelli che può solo scrivere roba all’«Harmony».
Quanto sono innamorato, Dio mio. Sono perso. Non un amore grigio che puzza di muffa e di dolori repressi e di castrazioni mentali e di famiglie da bruciare. Quello lo lascio alla vecchia cancerina e alla parte putrida dell’adolescenza, che per essere precisi è l’unica che ho vissuto, purtroppo.
Sono innamorato come lo ero per Claudia. Un amore che mi avvolge. Tutto per l’Amore e per la mia Musa che mi sussurra. Mi sussurra di amare, amare e amare e amare e non smettere più. La cui incarnazione oggi vive lontano da me, purtroppo.
Ogni tanto ho bisogno di una pacca sulle spalle e di ricredermi sulle mie reali capacità, e «Maison Ikkoku» (Cara dolce Kyoko) cartone parla di un ragazzo insicuro e con uno scarso senso della volontà, ma per amore e per gli obiettivi che ne vengono fuori a poco a poco rialzando dai propri errori e difetti, taglia il nastro di qualche piccolo traguardo. Mi ha ricordato un po’ me. E questo mi ha dato coraggio e voglia di lottare e di sperare, e di non scoraggiarmi troppo dopo le piccole sconfitte del quotidiano. Quand’ero bambino ero più testardo e non solo perché ero più piccolo, ma perché mi impegnavo per fare quello che mi piaceva. Mi impegnavo nel canto, nello studiare in quinta il corpo umano, e in amore.
Quindi so bene che non devo fare troppo affidamento ad un cartone animato, lo so molto bene, sono consapevole perché "Io penso": sono sensibile, introverso ed egotista. Ecco, il cartone mi ha detto molto di me, senza volerlo. Cosa devo puntare per andare avanti per svolgere i miei impegni e come vedere la Vita, ed è molto vicino a come la vedevo quand’ero fanciullo. Creare e amare.
La realtà la devo vivere come uno strano viaggio, senza una coerenza di valori ben definiti, ma con tante mete e disavventure, magari senza tanto comfort, ma pur sempre un viaggio su un treno che porta paesaggi nuovi e cancella quelli vecchi. Sin da bambino ho avuto poche occasioni di farci il callo, con la Realtà. La fantasia è stato il mio rifugio e la Realtà una parentesi poco piacevole. È giunto il momento di fare davvero qualcosa, perché sono nato il 17 luglio, e di aprire finalmente la scatola dei ricordi e dei sogni. Farli uscire nel mondo reale, farli entrare in contatto, farli incastrare per vivere al meglio: volerò in alto per me, per Lei, per te, e per tutti i sognatori costretti a rimanere giù per terra, in basso; volerò per regalare una fetta di cielo con ciliegie di nuvola ai sognatori di ieri, oggi e di domani!
E lasciatemi sognare dunque dentro questo strambo treno.
 

Nato il 17 luglio.

July 19th, 2008 5 comments

Nato il 17 luglio. Eh sì, sono nato il 17 luglio e ne vado fiero. Semplicemente perché fa parte di me, una chiara manifestazione della mia identità. Ho sempre amato il mio compleanno, sin da bambino. Ma in una maniera diversa da quella che si può immaginare: non erano i doni o le particolari attenzioni a farmi brillare di gioia. Certo, fanno piacere e sono cose di cui oggi ne sento la mancanza, soprattutto delle seconde, ma erano altre cose ad entusiasmarmi. In effetti già da bambino mi soffermavo sulla musicalità del «diciassette luglio» e me lo ripetevo in mente. Ho sempre collegato il giallo e l’arancione a questo evento.
Non a caso i miei numeri preferiti erano il 7 e il 17, e ogni qualvolta li vedevo o li sentivo da qualche parte i miei ricordi sfrecciavano sulla mia data di nascita. Il diciassette luglio quindi era il giorno della mia identità perché era una cosa strettamente mia. Era il mio giorno. L’essenza del mio essere qui. Una cosa, questa, che mi porto sin da bambino.
Come è solito quando si cresce, il tempo cambia il suo rapportarsi con l’individuo. Il tempo scorre più velocemente. Le attese si fanno meno lunghe. Perciò la vita si fa più frenetica e le giornate si fanno più brevi.
Il mio compleanno è svanito velocemente. Sorto triste e tramontato malinconico. Che merda. Era un giorno fugace come gli altri, niente di speciale. Compio 24 anni e questo mi ricorda quanto tempo ho perso.
Ho detto una piccola bugia ad una splendida ragazza che a mezzanotte mi ha fatto gli auguri. Non ero felice, ero triste. Volevo farle capire che con lei stavo bene che quelle tre ore e mezza di telefonata le ho passate bene ascoltando la sua tenerissima voce e parlandole un po’ di me. Ma ero triste e lo sono tuttora. Eternamente triste e malinconico.
Triste di come va il mondo che mi sta attorno e di quel mondo più piccolo che mi tocca sempre con le sue manacce; fastidi grandi e grossi che prevedono il declino, un po’ di qua e un po’ di là. Triste delle mie passioni fugaci ricoperte di paraffina liquida. Come donne nude, abbronzate e lucenti. Che corrono muovendo i provocanti seni, scesi, belli e generosi da raccogliere. Tutto scivola e sfugge, e da lontano solo le natiche sollevate, con i segni bianchi degli slip. Due bellezze che si congiungono in un’unica e maestosa rotondità, tra i due scuri orifizi, che profumano di zucchero umido imbevuto di sale, che sanno di donna e mi ammorbano di sesso; vorresti raggiungerli ma oramai è troppo tardi e si perdono in una nebbia improvvisa.
Un’immagine notevole, ma non veritiera. Non sono le passioni ad abbandonare me. Le passioni le amo e poi le odio, perché all’improvviso non mi dicono niente di che e le lascio. Non mi danno soddisfazione. Non mi sento appagato. Sono scintille. Lampi di genio, ma pensare che vorrò fare quello di continuo, come professione, cala l’entusiasmo e la noia del quotidiano futuro mi demotiva, anche se sotto le sembianze di un fantasma. A me piace fare quello che mi piace quando a me piace. Peccato che il vivere non vuole questo: vuole costanza.
Infondo, io sono nato il 17 luglio. E mi posso permettere di fare tante cose. Quello che più mi piace. Affanculo ai doveri. Il 17 è un giorno tutto mio. Ma certo! Non sono uno scemo, non sono uno qualunque. Sono nato il 17 luglio, io! Gli altri non potrebbero capire. Lola aveva ragione: sembra sia un giorno che verrà ricordato. Perché sono nato io. Perché sono del Cancro, perché sono ascendente Toro, perché ho Pesci, Leone, Scorpione, Sagittario, Capricorno e Bilancia nei principali pianeti!
Voglio capire cosa ci faccio qua, su questo pianeta. E come faccio a divertirmi e sentirmi felice, e perché uscire in compagnia non mi diverte o mi diverte poco.
Cosa mi convince ancora a rimanere vivo qua? Tanto alla fine tornerò polvere. E cosa ho fatto di veramente piacevole?
Dove sono i bei ricordi? Perché non ne ho?
Mah…